Chiedersi se il fuoco sia buono o cattivo non ha senso. Se un piromane appicca un incendio perché gli piace veder bruciare le cose, è forse il fuoco il responsabile o non è che uno strumento?
Senza fuoco i nostri antenati non avrebbero cominciato a cuocere il cibo, non avrebbero potuto scaldarsi e, soprattutto, non si sarebbero messi in cerchio, contribuendo alla nascita del linguaggio.
E se è inutile attribuire al fuoco la qualità di buono o cattivo, la stessa cosa vale per Internet: è come lo si usa che fa la differenza.
In una società che ha la tendenza a tapparsi occhi e orecchie e a dare la colpa a chi è venuto prima, prendersi la responsabilità delle proprie azioni può essere un atto di coraggio rivoluzionario.
Anche il modo di dire “È più facile chiedere scusa piuttosto che chiedere permesso” non è altro che una maniera per soverchiare senza rispetto le altre persone (anche se per molt* non è proprio facile per niente chiedere scusa). E per tutte queste persone che non si assumono nessuna responsabilità, Internet può essere l’ennesima arma puntata contro i diritti degl* altr* a difesa dei propri privilegi.
Internet è una grande invenzione che, se usata nel modo giusto, può aprirti al mondo e persino all’universo: puoi rinvenire in Internet tutto il sapere di cui hai bisogno, perché, parafrasando Eco, non occorre sapere tutto, ma sapere che c’è e dove trovarlo.
Ma l’essere umano ha lati oscuri e ci sono persone che non gioiscono nel vivere in pace e armonia con chiunque, probabilmente guidate dal loro senso di inferiorità e di inadeguatezza, che le spinge verso un bisogno di superiorità e che rende difficile alle altre una convivenza serena e senza contrasti.
Il desiderio di fare ciò che si vuole, a discapito delle altre persone, e l’incapacità di controllare gli impulsi distruttivi e autodistruttivi, si traducono spesso in atti violenti e aggressivi contro il prossimo e, qualche volta, contro sé stess*, e Internet fa da cassa di risonanza: quante volte vengono messi in rete atti di violenza come gli stupri? E soprattutto quante volte viene colpevolizzata la vittima, in un atto di vittimizzazione secondaria, aggiungendo fango al dolore?
Oggi, però, per merito di Internet che ha diffuso la notizia, diciamo grazie a una donna risoluta, che non solo ha chiesto un processo a porte aperte contro il marito e decine di uomini che hanno abusato di lei, ma che ha anche sottolineato che non è la vittima quella da colpevolizzare (quindi smettiamola di farlo), ma va puntato l’indice contro coloro che commettono prepotenze, come unici responsabili delle loro azioni; una donna che ha trasformato la narrazione maschile del “se l’è cercata” in un potente e femminile “j’accuse“.
Merci, Madame Pelicot.
Chuchu



